venerdì 8 aprile 2011

Bossi l'emigrante


Qual è l'immagine dell'Italia che vorremmo arrivasse ai nostri figli oppure all'estero? Quella della fornaia di Lampedusa che da giorni regala pizze e cannoli ai tunisini rimasti senza cibo? Oppure quella dell'invettiva Fora da i ball di Umberto Bossi?

di Claudio GiuaQual è l'immagine dell'Italia che vorremmo arrivasse ai nostri figli oppure all'estero? Quella della fornaia di Lampedusa che da giorni regala pizze e cannoli ai tunisini rimasti senza cibo? Oppure quella dell'invettiva Fora da i ball di Umberto Bossi? Domande retoriche, si dirà.

Più che retoriche, inutili. Alla grande maggioranza degli italiani poco importa di quanto accade su un'isoletta che da Milano è più lontana di Londra. Oggi come mai vale, per loro, l'acronimo inglese Nimby, Not in my backyard: i tunisini e le centrali nucleari, i rifiuti e i pentiti di mafia metteteli dove vi pare, basta che non sia il cortile di casa mia. Di questo dovremmo preoccuparci. Dell'egoismo e della scarsa memoria. Tra il 1880 e il 1915 nove milioni di italiani s'imbarcarono per cercare fortuna in Argentina, in Brasile, negli Stati Uniti. Si calcola che appena un terzo ritornò, sfinito dallo sfruttamento e dalle persecuzioni.

Nella sola Europa - soprattutto in Francia Svizzera, Germania, Belgio, Gran Bretagna - i discendenti di italiani sono oggi almeno dieci milioni, e i loro padri e nonni furono trattati come subumani mandati a morire nelle miniere e sulle impalcature: vi ricorda qualcosa? Anche Cassano Magnago, nel Varesotto, dov'è cresciuto Bossi, è terra di emigrazione. All'inizio del Novecento migliaia di giovani, donne e famiglie furono costretti dalla fame a lasciare quel paese e raggiungere le Americhe. I registri di Ellis Island, la porta d'ingresso degli immigrati europei negli Stati Uniti, ci sono i nomi di 399 Bossi, la maggioranza del Nord Italia (non si chiamava Padania), lombardi di Busto Arsizio, di Samarate, di Gallarate, di Cuggiono, di Stradella e proprio di Cassano Magnago, e poi piemontesi di Tortona e Alessandria, emiliani, liguri e friulani. Molti anche i Bossi del Centro e del Sud, di Fossombrone, Pratola Peligna e Senigallia, di Caserta, Benevento, Roccabascerana e Castelvetrano.

I solerti ufficiali dell'Immigration Service schedavano tutti. C'era, tra quei 399 venuti dall'Italia umbertina a cavallo dei due secoli, anche un Umberto Bossi, 18 anni e 10 mesi il 12 dicembre del 1909, giorno del suo sbarco a New York dalla nave Lorraine, salpata da Le Havre in Francia. Il ragazzo aveva lasciato 40 giorni prima il suo paese, Fossato, forse Fossato di Vico in provincia di Perugia, oppure Fossato di Rodigo nel Mantovano. Lui non lo specificò, il suo controllore non lo scrisse. Dopo la quarantena, gli permisero di raggiungere Manhattan. Non si spinse molto più in là. Grazie all'efficiente Death Index, il registro dei decessi americano, sappiamo infatti che quell'Umberto Bossi morì a 78 anni, nel settembre del 1969 a Jessup nella contea di Lackawanna in Pennsylvania, qualche centinaio di chilometri ad ovest di New York. Probabilmente non era più tornato dovera nato. Non casualmente - almeno per i destini politici italiani - Cassano Magnago è stato anche, in anni recenti, luogo di forte immigrazione. Comune con meno di novemila abitanti nel 1951, quarantanni dopo ne aveva quasi ventunmila. Una crescita drammatica, dovuta esclusivamente all'esercito di immigrati veneti, pugliesi, siciliani tra la fine degli anni cinquanta e l'inizio dei settanta.

Un'integrazione difficile eppure pienamente riuscita, se in consiglio comunale siedono ora signori che di cognome fanno Bilardo e Toto, di probabili origini siciliane, Lettieri e Oliva, campani, Poliseno, pugliese, Daniele, Mettifogo, Trevisol, Polato e Santinello, veneti, Maida, calabrese. Un melting pot, una pentola con dentro un po' di tutto, come spesso dicono gli americani. Una pentola ribollente che forse spaventò il piccolo Umberto, quello della futura Padania, incapace di adeguarsi a tanti veneti e calabresi dall'accento esotico che ogni anno gli piombavano in classe. Così come lo spaventano oggi quei tunisini di Lampedusa che parlano inglese e francese mica come i Bossi quasi tutti analfabeti che emigrarono in America e lasciano alle spalle una rivoluzione vinta con Facebook e Twitter. Gente di cui non fidarsi, dunque "fora da i ball".
Claudio Giua
5 aprile 2011

martedì 5 aprile 2011

percezione del rischio

Fino a prima di Fukushima una gran parte della popolazione italiana non era né allarmata né preoccupata dalla possibilità che il governo riavviasse un programma nucleare.

La ragione principale è la distanza temporale a cui è situato l’evento “entrata in funzione delle centrali nucleari”.
Il fatto che sia posposto, rispetto al momento presente, di 10/15 o addirittura 20 anni, disinnesca la percezione del rischio.
C’è voluto il disastro infinito (anche nel senso di non ancora terminato) giapponese per riattivare la sensazione di pericolo e risvegliare lo spirito di conservazione di sé stessi e della specie negli individui.

Ciononostante, il governo, decide di proseguire per la propria strada mandando avanti i propri alfieri al grido di: ”noi tireremo dritto”, fino a quando non si rende conto (il governo) che così facendo rischia di perdere le vicinissime prossime elezioni amministrative.

Ma ovviamente ci sono gli interessi dei gruppi di pressione pro nucleare che sono ben rappresentate ed altrettanto ben ascoltate all’interno dell’esecutivo.
Inoltre una vittoria del referendum anti nucleare, sarebbe una sconfitta doppia per chi è pro nucleare e punta al non raggiungimento del quorum anche per evitare un pronunciamento dei cittadini sul legittimo impedimento.

Ed ecco il coniglio estratto dal cappello: fingere di sospendere ogni decisione per un anno, cioè depotenziare la percezione del rischio allontanando nel tempo la discussione.

Lo schema è il seguente: annuncio-allarme-depotenziamento-rilassamento-fregatura (ti dico che voglio fotterti, ti allerti, ti rassicuro, ti rilassi, ti fotto).

mercoledì 30 marzo 2011

E come possiamo noi tacere?

Berlusconi a Lampedusa, dopo aver promesso di sistemare la situazione in 48, facciamo anche 60 ore, di proporre l'isola per il Nobel per la pace, di farne una colorata Portofino 2, di renderla più verde e naturalmente essersi comprato una villa, vista mare, ha raccontato la seguente barzelletta alle mamme dell'isola che in questi giorni hanno protestato animatamente affinché fosse risolta l'emergenza immigrati: "Durante un'indagine si chiede ad un campione di donne se vogliano fare l'amore con Berlusconi. Il 30% risponde 'Magari...', l'altro 70%, 'Di nuovo?". Poi, ad un'altra signora, il Cavaliere ha recitato una poesia, dedicandola ai suoi occhi.

Nel frattempo a Roma, la sua maggioranza si preparava, con un colpo di mano, a preservarlo dal processo Mills.

Straniero in patria II

Sono nato altrove, in una terra contesa da eserciti e signori Svizzeri, Francesi, Spagnoli e Italiani.
Se da casa dei nonni percorrevo i sentieri, andando a sud, dopo qualche ora raggiungevo il passo S.Marco, con il Leone che marcava il confine della Serenissima Repubblica ai tempi della sua massima espansione a ovest.
Sono nato altrove e ho vissuto in tanti altrove diversi.
Non dico mai: "io sono di"  un posto.
Dico: "abito" o "ho abitato" o "sono nato (incidentalmente)" in un posto.

In tutti i paesi che ho visitato, ho trovato persone con cui ho passato del tempo e trovato qualcosa da dire e da fare in comune,  nel sud e nel nord dell'Europa e del Mediterraneo, nel sud e nel nord delle Americhe, in Asia, nel mondo.
In ognuno di questi posti mi sono sentito a volte a casa e spesso straniero perchè lingua, storia e cultura diverse hanno bisogno di tempo per capirsi.
Invece, per un lungo periodo della mia vita, mai è successo che, in Italia, mi sia sentito straniero: solo da qualche anno devo giustificare il mio accento.

Essere nato e vissuto altrove è quasi una colpa.
Invece le tasse che pago e i soldi che verso, non richiedono giustificazione.

Giustificare il proprio accento....questo è il clima  che respiro io, italiano, nel Veneto del terzo millennio.
Questa è l'aria che tira da quando le parole d'ordine del partito dei penultimi sono diventate cultura maggioritaria.

A me non mi interessa quello che pensano personalmente il Sindaco e la Giunta Comunale della Bandiera e dell'Italia. Non mi interessa se partecipano o meno di persona alle cerimonie.
Mi interessa invece che non si approprino di quel che è di tutti disponendone a piacere come ha fatto il Sindaco negando la fascia tricolore a chicchessia in occasione della Festa Nazionale del 17 marzo 2011.
Mi interessa che non "occupino" le istituzioni che rappresentano anche me.
Mi interessa che non disprezzino la nazione e la costituzione alle quali hanno giurato fedeltà

Si amministra per tutti, anche per quelli che ci stanno antipatici, anche per gli avversari politici. Si amministra e si rispetta tutti quelli che VIVONO sul territorio che si amministra.

Piccola differenza tra democrazia e dittatura.

martedì 29 marzo 2011

Straniero in Patria

Pubblichiamo un messaggio ricevuto su Facebook.

Carissimi,
utilizzo lo strumento di FB poichè, grazie alla mia poca pazienza per gli strumenti informatici e probabilmente alla mancanza di accesso come gestore del blog "libera nos a malo", non riesco a trovare strumento migliore.
Utilizzate questo mio messaggio come volete (anche pubblicandolo nel blog) mi piacerebbe però vedere un seguito di risposte.
Il giorno 17 marzo io ho festeggiato, con la mia famiglia, come meglio abbiamo creduto. Il comune di Malo, no. Il sindaco e la giunta, se non a titolo personale non hanno celebrato il 150°. In quanto rappresentanti di tutti i cittadini (maladensi in questo caso), di TUTTI questo era un dovere. MI sono sentito personalmente escluso da una festa. Sono un Veneto, qualcuno direbbe di razza Piave, ho un cognome tipicamente veneto, sangue padovano e trevigiano, nato e cresciuto a Vicenza, e sono un Italiano, mi sento tale, Veneto e Italiano. Pago le tasse...tutte...in questo territorio e ho piacere nel pagarle quando mi vengono restitutiti dei servizi, e quando il mio territorio permette di di farmi sentire appartenere ad una comunità. Il signor sindaco l'ho visto celebrare i morti di Nilkolajewka poche settimane fa proprio dove abito, e dopo poche settimane non celebra un appuntamento altrettanto importante. Non ho parole per esprimere il disgusto, non ho parole, per ora, che possano esprimere la mia rabbia. La bandiera italiana sventola sempre nel mio terrazzo, non solamente ora, da sempre...i vicini lo sanno. Mi auguro sappiate interpretare al meglio lo scontento per una tale mancanza della giunta con tutte le iniziative del caso. Di sicuro un voto il sindaco lo ha perso (quello di mia moglie...) mi auguro, a questo punto, ne perda qualcun altro.


Piero.

lunedì 28 marzo 2011

Rabbrividire

Quello che è successo l’altra sera alla trasmissione di Rita Dalla Chiesa fa rabbrividire. Una finta terremotata descrive la notte del terremoto, una paura mai in realtà provata, problemi mai avuti e alla fine ringrazia, con inchino, il presidente (”il governo”, corregge la conduttrice) per tutto quello che ha fatto eccetera eccetera.
Fa rabbrividire perché è un oltraggio a chi quella notte è morto, ha perso i propri cari, la propria casa.
Fa rabbrividire perché, l’uso di figuranti per adulare il governo è un segno di enorme degrado civile e politico. E l’aver utilizzato una vicenda così drammatica ne costituisce una macabra aggravante.
Fa rabbrividire perché c’è qualcuno che ha scritto questo copione e che continuerà a fare il proprio mestiere.
E siccome non voglio proprio credere che una cosa del genere sia stata ordinata dall’alto (cioè in ultima istanza dal “presidente”) sarebbe una bella cosa, per tutti coloro che il 6 aprile 2009 hanno davvero sofferto e continuano a soffrire, che chi ha pensato e messo in onda questa sconcezza venga rimosso. Subito.

Pier Vittorio Buffa Istantanea La Repubblica


Cos'altro ancora?

domenica 13 marzo 2011

Nucleare, Grandi Opere, Ponti sugli stretti, Autostrade..e compagnia CANtante.


Estratto da un post firmato
Rosso:(membro della Assemblea dei Soci di Greenpeace Italia) pubblicato nel blog.

Non son stati gli eventi naturali, per quanto catastrofici, a causare la debacle di Fukushima. Ma e’ stato il calcolo statistico delle probabilita’ che questo evento accadesse nel luogo e nelle modalita’ con le quali si e’ avverato, a provocarla. Perche’ qualcuno, come sempre, avra’ avuto l’ incarico di calcolare tale probabilita’ e questa, come sempre, sara’ stata accettabilmente bassa.

E’ questo che ci porta a costruire centrali nucleari, o dighe, o case in zone telluriche o dissestate idrogeologicamente. Una visione cosi’ allo stesso tempo miope e arrogante che fa si’ che, con tutta tranquillita’, si decida di porre le scorie fuoriuscite dalla Centrale di Riprocessamento (o Riciclaggio, ah ah ah) di Sellafield, UK, in buona parte composte da plutonio che abbisogna di qualche migliaio di anni solo per dimezzare la propria radioattivita, in contenitori di acciaio refrigerati sotto terra, pensando: primo, che il sistema refrigerante stara’ li a funzionare per i prossimi 5.000-6.000 anni; secondo, che la idrogeologia del luogo restera’ invariata per lo stesso tempo.  
Certo, gli stessi calcoli statistici avran dimostrato che la probabilita’ che in quei 5 0 6 mila anni venga inventata una tecnologia ottimale per lo smaltimento delle scorie sia ragionevolmente
elevata….

Ma torniamo a Fukushima… quando fu costruita? Negli anni ‘80? Massimo 40 anni di vita? Dopo solo 40 anni il terremoto ha colpito, fregandosene allegramente delle previsioni statistiche e dei calcoli probabilistici. Ma questo e’ il ‘mantra’ che viene usato ogni volta per convincere il pubblico:  la possibilita’ di un impatto con un aereo? Bassissima.Di un attacco terroristico? Ridicola (Greenpeace Spagna ha occupato una centrale nucleare poche settimane fa: sono
entrati praticamente indisturbati). Di un incendio? Assurda. Di un tsunami? INESISTENTE…..